Solamente di notte – Racconto di Veruska Vertuani

Il silenzio assoluto rimbalzava di parete in parete nella cameretta di Carlotta, se fosse stata una notte rumorosa avrebbe avuto un valido motivo per non dormire, invece con la neve che continuava a cadere le strade erano deserte di auto e passanti e quindi poteva dare la colpa della sua insonnia solo all’agitazione. Non riusciva a scaldarsi benché sotto ai pantaloni del pigiama avesse aggiunto scaldamuscoli e calzini lunghi; strinse allora le gambe al petto, le circondò con le braccia e, dopo aver sollevato la trapunta mise la testa fra le ginocchia, alitando di tanto in tanto. Lì sotto il buio era denso, ma almeno c’era un clima più favorevole per soffermarsi sulla sequenza degli esercizi. “Qui c’è il passè, con la punta ben tirata altrimenti Alessandra urla, poi… ecco… poi cosa c’è?” in palestra, qualche ora prima, gli esercizi erano fluiti senza ostacoli dalla memoria ai muscoli e in quell’ambiente carico di luce artificiale niente poteva metterla in soggezione, né il brusio degli accompagnatori sulla tribuna, né lo spettegolare di alcune compagne che avevano da ridire anche su uno chignon acconciato con poca lacca. Era ormai certa che il problema fosse la notte, che con un grande occhio buio la fissava implacabile, pronta a non perdonarle neppure una piccola sbadataggine.

Sollevò la trapunta con le ginocchia, puntò i piedi all’interno e la tirò via con un gesto secco. Ora non solo era buio, ma quel poco calore accumulato sotto le coperte era sparito. Accese l’abat-jour si mise seduta e infilò rapidamente le bizzarre pantofole a forma di testa di animale, improbabile regalo della madre che si ostinava a vederla ancora bambina. “Mamma, ho sedici anni e i peluche non mi sono mai piaciuti! Ma che pantofole mi hai comperato?” ripensò a come aveva apostrofato la madre quando ebbe finito di scartare il morbido pacco… già! Forse aveva ragione a farle regali da bambina, era vero che lo era ancora se il buio le procurava quel profondo senso di insicurezza.

Andò in cucina senza accendere alcuna altra luce, bastava la penombra creata dall’abat-jour della camera di fronte perché procedesse senza esitazione. Aprì il frigorifero, prese la bottiglia del latte e la versò nel pentolino rimasto ad asciugare sul gocciolatoio, la ripose e accese il fornello. Luce e calore che rimase a fissare finché dal latte non spuntarono piccole bolle, lo tolse dal fuoco e lo versò nella tazza da colazione. Nella credenza prese un pacchetto argentato, lo aprì e la fragranza che ne uscì la inondò di gioia, erano i biscotti che la mamma le dava quando era bambina e che voleva ci fossero sempre di scorta, come un affetto dal quale non poteva separarsi.

Un biscotto nel latte caldo dopo l’altro e le paure di Carlotta ritornavano nella giusta dimensione; gli eccessi se ne erano andati via come le briciole dei biscotti, risucchiate nel fondo della tazza. Iniziò ad accennare passo per passo ogni esercizio, fiera, come le disse la mamma all’orecchio, rimasta a osservarla in penombra. Si avvicinò, le diede un bacio sulla nuca: “Sono fiera di te, figlia mia”.

 

Veruska Vertuani

Scrittrice per passione e per “memoria corta”: metto su carta il bene e il male che non voglio scordare.